Democrazia
21 aprile 2008
Esterno, giorno. J. guarda di nuovo l’alba dall’autobus, però quella di oggi è un po’ più luminosa. Un altro sole illumina i cartelloni delle pubblicità; in silenzio, di notte e di nascosto, loro coprono a poco a poco le facce dei Signori Che Fanno Le Regole. Ma devono essere facce sorridenti di anime tristi, pensa J., perché teme che chi fa le regole non abbia mai imparato a vivere senza.
Buona Pasqua
23 marzo 2008
Interno, giorno. A ben guardare, i parenti sono come coinquilini che uno non si sceglie. A J. fa male la testa, mentre ascolta l’infelicità velata delle telefonate dei giorni di festa: hanno qualcosa delle foto familiari in bianco e nero che stanno in fondo ad ogni armadio, sotto i vestiti dell’inverno un po’ a destra. Chissà che fine hanno fatto quei sorrisi, chissà se erano veri, e chissà se lo sono ancora. Chissà se lo sono mai stati.
La storia che J. deve raccontare oggi è la storia di un Tradimento. Anzi, del più grande Tradimento che si sia mai potuto vedere, sulla faccia della terra. Non ci sono né amanti segreti, né bugie né doppie vite. Di vita ce n’era una sola, quella di una madre e di suo figlio, abbandonati dal padre al loro felice destino. E c’era il figlio a cui piaceva giocare a fare il papà, quando ancora non sapeva cosa questa parola significasse, nel lettone vuoto della madre. C’erano mattinate passate a letto a chiaccherare, J. non ha più idea di cosa, ma che importa di questo, quando sapeva in fondo, che erano le mattine più felici della sua vita?
Le mattine felici furono cancellate pochi anni dopo. Come un pezzo di un racconto scritto male: erano mattine scritte a matita e J. non lo sapeva. Troppo ingenuo per rendersene conto, il lettone della madre fu occupato dallo straniero, e non di passaggio. J. tornò in camera sua portando il suo cuscino e il suo cuore spezzato sottobraccio. Si asciugava gli occhi con la manica del pigiama blu.
Tradimento. Amarezza, rimpianti. J. che pensa nei giorni di festa, a quanto diversa sarebbe potuta essere la sua vita.
Ma è ora di cancellare i pensieri cattivi con un sorriso di cortesia, perché un flash gli abbaglia gli occhi. Buona Pasqua, buona Pasqua a tutte le famiglie. J. chiama sul cellulare la sua Fata Madrina per chiederle cosa sia, perché J. sa troppo bene che dietro tutte le bocche sorridenti si nascondono domande inopportune, che, si sa, sono sempre le più pertinenti.
Intermezzo Secondo
7 febbraio 2008
Ti guardi. Guardi ciò che chiami te stesso. Non sai chi sia, o cosa sia. Non vedi nulla, perché non esiste uno specchio per le anime che guardano se stesse.
Dubiti anche che esita qualcosa come la tua anima. L’unica cosa che in fondo sai, è che sei qui per quello che vogliono tutti: immagazzinare più vita possibile. A piene mani, se ne riempiono la bocca, le orecchie, le mani, in ogni istante che passano qui. E chi sputa nel piatto in cui mangia, è solo un triste ipocrita.
Sei un po’ più felice di avere ancora vita da assimilare, da farsi scorrere addosso come acqua fresca.
Just Like Heaven
19 gennaio 2008
Interno, giorno. Se i ricordi avessero bisogno di un posto dove stare, J. avrebbe bisogno di una casa molto grande — possibilmente con finestre alte e luminose, ed un giardino all’inglese: chissà che piantandoli cresca qualcosa.
Sono le diciassette e cinquantanove minuti, quando decide di raccontare sul suo blog quello che gli passa per la testa: lo ha assalito il rimorso per aver investito un airone cinerino qualche mese fa. Ma si era trattato di un tragico incidente. J. è in auto, torna a casa da una sera passata a casa della sua delusione più grande — la prima cotta e biscotta condita di manie suicide e spolverata di attacchi di acne, che è passata nel forno di qualsiasi adolescente sano —, nel buio della strada si è nascosto un airone, J. non può fare niente per evitarlo.
Si ferma e consulta seduta stante il suo Libretto d’Istruzioni per una Vita Felice, ma è un’edizione vecchia e non prevede questa casistica. Così decide di chiamare la Fata Madrina, ma il telefono squilla e lei non risponde, e oltretutto è vietato usare il cellulare in auto — anche per le Fate Madrine: e su questo il Libretto è inamovibile. Preso dal panico J. torna a casa a 15 km/h, ma sente che non potrà vivere con questo rimorso. Esce di nuovo di casa.
Dopo quattordici minuti è ancora sul luogo del misfatto: l’airone è ferito e sul bordo della strada. J. lo prende in braccio per soccorrerlo, gli racconta una fiaba, lui china la testa nella sua mano, a poco a poco chiude gli occhi.
Non per addormentarsi, però.
Dei camion di passaggio suonano i clacson. J. seppellisce il piccolo tra le canne sul bordo della strada.
Così ha impacchettato e chiuso un altro scatolone di ricordi. Si impone una decisione: o getta via qualcosa, oppure dovrà affittare una casa più grande. J. decide che, dopo averle raccontate, alcune storie in fondo si possono buttare: ogni fine è un nuovo inizio. Perché ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla
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Show me show me how you do that trick,
The one that makes me scream,
The one that makes me laugh.
Show me how you do it,
And I promise you, I promise that
I’ll run away with you,
I’ll run away with you.
Dio Salvi la Regina
16 gennaio 2008
Interno, giorno. Le lacrime lavano l’anima ma macchiano la tovaglia. J. l’ha scoperto qualche notte fa, assieme a una bottiglia di Pepsi e le sue due gatte. Loro ne sono rimaste parecchio sorprese.
— Oh, J., sai che non è per niente salutare per te, ridurti così.
— Lo so, ma non ce la faccio.
Una gatta bisbiglia qualcosa all’altra, nell’orecchio. L’altra sembra eccitata, batte le zampe.
— Ma è una wonderful idea! Ti prepareremo una bella tazza di tè. Un po’ di latte e qualche goccia di limone, come piace a te.
J. si asciuga le lacrime e ringrazia. Una gatta si rincorre la coda, è contenta. L’altra la rimprovera.
— A volte sai essere così sconveniente.
Luce Artificiale
16 gennaio 2008
Esterno, notte. Via deserta, silenzio.
J. ama circondarsi di silenzio, per poter sentire ogni cosa. Il sottofondo delle auto, lontano. La luce fioca del lampione. L’aria che gli passa tra le dita.
J. ama anche circondarsi di solitudine, per far finta che tutto quanto sia la sua casa: a quest’ora della notte, nessuno ci farà caso. Tutto il paese dorme, e non sa che ora appartiene tutto a J.
J. vuole stare da solo, per dimenticare la solitudine.
Intermezzo
26 dicembre 2007
Una giornata insieme. Una giornata come tante; la nebbia fuori e il paradiso dentro. Con un film e una coperta. Che avrebbero potuto essere centomila film diversi, e centomila coperte diverse, perché ciò che conta eravamo io e te.
Ma il tempo passa, e tu anche. Sali sulla macchina, mi saluti dal finestrino. Mentre vai a casa, fa’ attenzione: seduto accanto a te, ora sta il mio cuore.
A presto, angelo della nebbia.
L’Uomo Con l’Ombrello
21 dicembre 2007
Esterno, giorno. È mezzogiorno, e J. guarda i palazzi passare dai finestrini del tram col naso all’insù. Tutti un po’ grigi e severi, come i nonni che raccontano una storia. A J. piacciono, perché anche loro raccontano delle storie — anche se bisogna tender bene le orecchie per poterle ascoltare.
Scende di fronte a un chiosco di fiori colorati. Un uomo gentile gli presta un ombrello. È mezzogiorno e quattro minuti, e in realtà il sole d’inverno splende sulla città. Ma J. ha pioggia dentro, molta pioggia. L’uomo è ancora più gentile, e si offre anche di accompagnare J. anche a pranzo. J. entra con lui nel ristorante sull’angolo, mangia in silenzio — sta ascoltando il rumore che viene da oltre il vetro —, finisce il pranzo e restituisce l’ombrello, perché ora ha un angolino di sole tutto per sé anche lui.
Grazie, Uomo Con l’Ombrello.
Mattino
16 dicembre 2007
Interno, giorno. J. decide che anche lui avrà un blog. Lo chiamerà con il nome di chi non ha ancora capito bene chi vuole essere nella vita, come lui — e sarà lo specchio delle anime che ancora vagano, come la sua.
J. non ha ancora finito di pensare a tutti i dettagli, come per esempio il colore della carta da parati e dove sistemare il divano, quando vede che M. si sta avvicinando. M. è l’Uomo Che Non Sorride Mai, se ancora non lo conoscete. Ha una barbetta ispida e un maglione di lana. È anche il caporeparto di J., e il suo sguardo perso nel vuoto deve aver attratto la sua attenzione. Gli Uomini Che Non Sorridono Mai sono molto attenti a queste cose. J. vuole nascondersi: fruga nella sua sacca. Sta cercando la sua speciale Felpa Invisibile, ma accidenti a lei, è un po’ troppo invisibile. M. è ormai vicinissimo.
— E oggi, cosa c’è? — dice M.
— Oh, ecco… —. J. è in difficoltà. Non ha mai le risposte pronte, specialmente se false.
Cattura uno sguardo di ghiaccio dell’Uomo Che Non Sorride Mai. Sente freddo. Che domanda è, poi, quel ‘Cosa c’è’? Ci sono tante cose: persone, grattacieli, alberi, cavalli, mosche, libri, scale mobili e ombrelli. E J. potrebbe andare avanti per molto tempo, ma sa che non è quello che M. vuole sentirsi dire. Forse M. non vuole sentirsi dire proprio niente. J. gli poteva rispondere tutto, ma M. non voleva sentirsi dire niente. Che cazzo di domanda.
La situazione è proprio disperata. J. odia questi momenti. Ma ecco che tra domande esistenziali e scaffali di merce da ordinare e da prezzare, J. vede avvicinarsi il suo principe azzurro. Cavalca un bianco destriero e lavora per la Autogrill S.p.A.
— Hey, bisogno di un caffè? — gli domanda.
— Non so… Credo di sì, —J. risponde. Salta in groppa al cavallo bianco che con un balzo salta il fossato che separa l’area shop dall’area ristoro. J. sa che M. lo aspetterà al suo ritorno, ma per ora non può fargli niente.
J. è felice. Pensa che racconterà tutto sul suo nuovo blog per anime che ancora vagano, come la sua, in groppa a un cavallo bianco.